Giorgio
Caproni
…più che toscano, italiano all'antico modo romanico, sia
per il cristiano realismo della stringatissima ispirazione, la quale
pur tenendo l'occhio costantemente puntato al cielo non perde mai di
vista la terra e le sue stagioni (gli uomini e le loro fatiche), sia
per l'asciuttezza quasi frustante del linguaggio, qui più che
mai vicino alla plasticità e all'incisività, così
popolata di schietta gente nostra alla vigna o all'incudine di certi
Mesi dell’anno che fregiano tante antiche cattedrali
o chiesuole sparse da un capo all'altro d'Italia.
Mario
Luzi
La poesia di Betocchi era stata per eccellenza una poesia del sensibile:
tanto vale dire che la sua carità partiva dalle creature. Ora
che il discorso è, fra sé e sé, un discorso con
il Creatore quasi senza distrazioni all'esterno, il sensibile ritorna
più che altro come metafora interna ed è proprio in quei
punti che il «passo» mette le ali e accelera il commovimento
bruciante della asciutta confessione, di per se stessa così alta,
così fervida per ansia di verità. È da notare che
tutto questo accade senza rotture e lacerazioni, in un linguaggio sostanzialmente
continuo, incisivo, vivificato dalle risorse e ricchezze di idioma,
non secco, aperto anzi a una sintassi geroglifica prima del suo finale
svettante. [...] C'è un punto ideale nella storia di ogni poeta
in cui la distinzione tra prosa e poesia sembra un limite o un arbitrio
insostenibile: un punto in cui la lingua è una. Con misura e
fermezza Betocchi si è collocato in quel punto non dovendo per
questo discendere ma anzi salire.
Pier
Paolo Pasolini
…il rapporto tra Betocchi e il lavoro, tra Betocchi e gli operai
è un rapporto evangelico, e non si sarebbe lontani dal giusto:
è un rapporto travolto e accecato dall'amore, e anche là
dov’è pura simpatia, non è cioè ancora estasi,
è tutto pieno e deformato da una sia pur virile tenerezza. [...]
disegnare l'operazione poetica di Betocchi è fare il ritratto
di una «grazia». [...] Questa gioia, tutta profana, coincide,
ripetiamolo, con quella sacra che è in Betocchi l'ininterrotto
sentimento del divino. E ogni suo rapimento sensuale e perfino, indirettamente,
impuro trae significato e si sdoppia in un rapimento di forma mistica:
il suo desiderio di umiliazione di fronte alle «cose» trova
naturale e complementare equivalente nel desiderio di glorificarle.
Dedotti dalla sua poesia, sia pure approssimativamente, questi dati,
non sarà difficile indicare i momenti più alti di Betocchi
in quelli in cui egli rappresenta la sua solitudine nel creato. È
una solitudine, s’intende, gremita di oggetti e affetti…
Andrea
Zanzotto
Betocchi resta sempre il poeta dei tetti, delle tegole, motivo che richiama
tutta una città-paese coi suoi travagli e i suoi lavori; e insieme
resta il poeta del cielo: così «vicino» ai tetti
ma anche metafora di ogni diversità. Una creta scabra e faticata
si libera e sfugge lungo linee di simmetria e risonanze che guidano
a un azzurro dall'inesauribile vigore di verità, di sorpresa.
Luigi
Baldacci
Betocchi non guarda dentro di sé, come ha fatto sempre Saba;
Betocchi si conosce soltanto conoscendo il mondo esterno, che si ricrea
e rinasce costantemente davanti ai suoi occhi perché il suo Dio
è quello di una immanente e permanente creazione. Questo Dio
è, per ricorrere a una metafora, il Dio di Teilhard de Chardin:
e dico metafora solo perché non credo che Teilhard de Chardin
abbia influito primariamente sulla sensibilità di Betocchi, ma
è certo che al fondo di tutta la sua intuizione poetica c'è
questo modo di sentire Dio come universo nascente. Anche per Betocchi
la creazione non è finita: anzi egli si è fissato
al momento della creazione. Con la sua poesia siamo sempre all’alba
della genesi, e il momento storico dell’avvento del Cristo è
oscuramente rimandato. Per questo la poesia di Betocchi non è,
soprattutto nel suo primo tempo, poesia del dolore, ma dell’allegrezza,
il che non significa affatto della felicità.
Carlo Bo
Direi che questi sono i due aspetti principali della sua musa naturale,
la gioia e la disperazione, l’amore e la solitudine, la preghiera
e la desolazione. Subito dopo aprì un nuovo registro, quello
della vecchiaia, della meditazione sulla vita declinante e sulla morte
che avanza. Forse il Betocchi più alto, certamente il più
compatto, più asciutto e, dal punto di vista della resa poetica,
il più essenziale. [...] tutta la storia dell'uomo e del poeta
si fonde in un’unica vocazione [...]. In fondo anche quando Betocchi
diffidava o addirittura affrontava il suo Dio non taceva mai questo
soffio dello spirito creato, della vita che trova in se stessa la parola
di salvezza. Il dolore gli aveva insegnato ad andare al di là
dell'esclamazione di gioia e a gustare il frutto crudele della desolazione,
la frusta della pena, intesa come presenza di Dio, del Dio eterno che
rimettiamo dentro l'ordine del tempo.
Sauro
Albisani
Si può avere letizia anche nel dolore. Questo sperimentava stupefatto
il poeta. […] Al momento del divenir suo universale,
il poeta, nella sua trasformatio, è il pellegrino che
bussa alla porta dell’essere, là dove tutto (mentre
attende il compimento) è già nell'uno, perché
è nella libertà.
Esiste una tradizione di poeti, di cui non ho l'autorità di stabilire
l'albero genealogico, che hanno registrato quasi come eventi sismici
le tappe d’un mutamento che sarà un giorno, se destinato
a compiersi, in un senso ben più integrale dell'odierno fenomeno
della società multietnica, un fatto ecumenico. Betocchi appartiene
a quella tradizione: in poesia egli impara e insegna a leggere incarnata
nel Cristo quella virtù evolutiva che è in nuce
nell’uomo, che l’uomo deve ancora in gran parte conoscere,
manifestare a se stesso e, soprattutto, sperimentare. Solo allora il
"figlio d’uomo", d’ogni latitudine e pelle, potrà
divenire, cristianamente non niccianamente, l’oltre uomo, l’uomo
glorificato, secondo Betocchi, dalla sofferenza.
In Gesù Betocchi amava e insegnava ad amare l’uomo venturo,
affrancato finalmente dall’asservimento al suo piccolo io, che
altro non ha saputo e non sa produrre se non egoismo, quell’egoismo
che il poeta esortava ad abolire.
Arriviamo a dimenticare noi stessi quando comprendiamo che tutto è
dono e che quanto di rinato dall'alto riusciamo a esprimere
non è in noi, ma passa attraverso di noi.
Dimenticare se stessi era l’insegnamento, cui il maestro aggiungeva
una nota importante: non con lo sforzo del sacrificio, ma con la gioia
della liberazione.